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giovedì 3 dicembre 2009

Bari - 'L'Uomo Nero' poesia in pellicola di Sergio Rubini


Ci sono dentro tante cose che a ripensarle tutte sorprendono. Sarà questo il motivo per cui piace “L’uomo nero”, film presentato questa mattina a Bari dal regista-interprete Sergio Rubini, che ne firma anche la sceneggiatura con Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi, e da alcuni attori del cast tra cui Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Vito Signorile e Mariolina de Fano.

Il racconto mette insieme il rapporto tra padre e figlio; la famiglia; il disperato bisogno di un uomo di veder riconosciuta la sua amatoriale vena artistica; il pregiudizio di una comunità gretta e ignorante; l’incapacità di riconoscere i meriti altrui; le paure; il mistero di immagini oniriche che sembrano volerci svelare qualcosa. Il titolo fa riferimento a tutto questo.

L’uomo nero è quel genitore cui il figlio si rifiuta di assomigliare perché imbarazzante, incomprensibile, poco partecipe nel ruolo di padre e marito perché troppo impegnato a fare l’artista. Si fa deridere dal paese, litiga con la moglie, non ha quell’autorevolezza che ogni figlio vorrebbe ritrovare nel proprio genitore. Il tutto ruota attorno a Gabriele, interpretato dal piccolo e spericolato Vito Giaquinto (in conferenza non è stato fermo e zitto un attimo), figlio del capo stazione Gabriele Rossetti (Sergio Rubini) e di un’insegnante (Valeria Golino).

Con loro vive anche lo zio Pinuccio interpretato da un brillante Scamarcio che si è divertito molto a interpretare il ruolo del “viveur di provincia”. La telecamera indugia spesso sul primo piano del bambino, vero autore del film, che con il suo sguardo limpido osserva da un angolo tutto quello che gli capita attorno per poi ritornare a giocare come tutti i bimbi della sua età. Ma l’uomo nero vuole essere anche altro. “Nel film – ha spiegato Rubini – ci preoccupiamo di far vedere l’uomo nero in una luce diversa. Gabriele Rossetti viene rivalutato quando il figlio ormai adulto (la parte viene interpretata da Fabrizio Gifuni, ndr) scopre un segreto che il padre ha tenuto nascosto per tanti anni.

Questo è un punto cruciale perché il silenzio ascetico di quest’uomo, gli conferisce una virilità che sembrava non avesse”. E allora non fa più paura neanche il macchinista del treno che per tutta la durata del film è un mostro spaventoso perché tutto sporco e pieno di fumo. Quando si scopre che è lui a lanciare dal finestrino le caramelle agli orfanelli, l’uomo nero si riempie di luce.

Il film è ambientato in un piccolo paese della provincia. Le scene sono state girate tra Mesagne e San Vito dei Normanni ritornando in quei luoghi che hanno fatto da setting già per “La Terra”. Non si parli però di pugliesità. Sergio Rubini è stato chiaro al riguardo: “La Puglia per me è uno spazio mentale, non è uno spazio geografico. Il film tratta di un provincialismo che tutto trattiene ma non in una dimensione specificatamente pugliese. La dimensione è universale”.

La vicenda si svolge negli anni ’60 quando “subito dopo la guerra – secondo il regista – c’è stata una fioritura di individui che hanno cercato di affrancarsi dalla massa. Purtroppo però non ci sono riusciti perché gli intellettuali non se ne sono occupati e oggi i loro eredi sono quelli che fanno i reality, convinti che meno sai fare, più puoi emergere”. Le musiche del film sono state composte da Nicola Piovani che dà il suo tocco personale a una storia ritenuta “pinocchiesca” per alcuni aspetti.

“C’è lo sguardo del bambino, c’è la figura di Lucignolo, quella del Gatto e la Volpe in cui si possono rivedere i personaggi di Vito Signorile e Maurizio Micheli e poi ci sono tanti punti di contatto tra il mio percorso artistico e quello fatto da Piovani”, ha detto Rubini citando i nomi di Benigni, Fellini e del maestro Nino Rota.

Daniela Vitarelli

venerdì 1 maggio 2009

Bari – ‘Aspettando il Festival’ con Valeria Golino


Arriva a Bari la terza edizione di Aspettando il Festival, manifestazione organizzata da Fondazione Cinema per Roma, Alice nella Città in collaborazione con il mensile 'Ciak' - Levis e con il sostegno dell’Apulia Film Commission.

Abbiamo incontrato questo pomeriggio, nella sala conferenze della Gazzetta del Mezzogiorno, una simpatica e disponibile Valeria Golino che in un incontro informale moderato da Oscar Iarussi si è resa disponibile a rispondere a tutte le domande poste dai presenti, rappresentati anche da sette giovani provenienti dall’Accademia del Cinema dei ragazzi di Enziteto.

In mattinata l’attrice napoletana ha avuto un incontro con gli studenti dell’istituto tecnico commerciale linguistico ‘Marco Polo’, dove ha presentato ai ragazzi il film del regista francese François Truffaut “La signora della porta accanto”(1981).

Per l’appunto la prima domanda è stata : perché ha scelto proprio questo film?R.: Perché mi è venuto subito in mente anche se non è uno dei miei preferiti. Forse perché la prima volta che l’ho visto a 16 anni, corrispondeva all’età dei ragazzi che lo avrebbero visionato.
A 16 anni mi aveva emozionato, mi sembrava un film semplice da vedere anche se sofisticato e ricercato.

L’ho rivisto il mese scorso e mi è piaciuto molto e anche se è un film di 28 anni fa, personalmente non l’ho trovato datato.
Ma ho capito che non ha sortito lo stesso effetto su i giovani di oggi anzi pare che non sia piaciuto.

D.: Perché secondo lei non è stato gradito?

R.: Forse perché non siamo più abituati a vedere film intimisti e romanticissimi, dove i veri protagonisti sono Eros e Thanos , dove si esprimono i sentimenti estremi.
Film che non si producono più, perché si ha paura di incorrere nel melodramma. Oggi siamo tutti un po’ paurosi e per questo motivo si è trovato una via di mezzo per fare un “cinimello”. Una paura che inizia dalle sceneggiature, dai produttori preoccupati solo alla gradevolezza della pellicola e non tanto nei contenuti. Ci muoviamo attraverso degli argini trascendendo la nostra realtà.

D.: Come costruisci un personaggio rispetto alla pagina scritta?

R.: Il regista con cui lavori ti da una direzione e di volta in volta l’attore si adatta. Poiché non ho frequentato alcun tipo di scuola artistica, porto i miei dubbi in scena. Ad esempio nel film “Giulia non esce la sera” di Giuseppe Piccioni, il mio personaggio è un’atleta, un insegnante di nuoto, ma anche una donna in libertà vigilata. Per interpretarlo e renderlo credibile ho lavorato molto sia a livello fisico, frequentando tutti i giorni una piscina, sia a livello emotivo, poiché ho avuto contatto con donne in stato di detenzione. Questa commistione mi ha aiutato molto.

D.: Nel personaggio carica le sue emozioni dal di fuori?

R.: Mi comporto da filtro tra le mie esperienze e trascendo da me stessa. L’esperienza, i ricordi possono essere d’aiuto ma non porto mai il personaggio fuori dal set.

D.: Qual è l’emozione che riesci a trasmettere?

R.: Credo di trasmettere l’innocenza. Mi riesce naturale e non lo dico con presunzione, perché è qualcosa che va al di là del talento, dipende da come sei fatto.
Per questo spesso mi scelgono per fare personaggi di “eroine ambigue” personaggi riprovevoli, sfuggenti ma che lo spettatore alla fine ama, perché trasmettono un emozione.
Al contrario io preferire interpretare un personaggio crudele. Mi piacerebbe essere una Faye Dunaway, fredda, ambiziosa dal punto di vista della letteratura.

D.: Ha mai avuto paura sul set?

R.: Paura di fare una brutta figura, perché non sono molto sicura, senza però rendere partecipe tutti di questo mio travaglio. Molti attori invece si sentono più creativi se trasmettano tensione. Io ho troppo pudore e sono consapevole che la certezza e la soddisfazione non mi appartengono.

D.: Qual è la funzione del Cinema?

R.: Riuscire a raccontare senza moralismo, come il film “Gomorra”, un opera cinematografica che ha uno stile e un’idea, questo è il cinema.
Non deve fare lezione, deve farti divertire, farti pensare, farti fare delle connessioni, senza un preciso messaggio.

D.: E la televisione, faresti mai delle fiction?

R.: No mai. Quello che si vede in TV non mi piace. Mi sento responsabile in prima persona che non si faccia buona televisione. Perché il vero problema siamo noi che restiamo inerti. Io che per prima demonizzo la Tv, dovrei avere il coraggio ed imporre nuove idee.

Ma Valerio Golino, una delle poche attrice italiane, conosciuta ed apprezzata a livello internazionale, la possiamo ammirare ancora una volta a giugno nelle sale cinematografiche con il film “Cash” di Eric Besnad, con Jean Reno e Jean Dujardin.

Anna deMarzo

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